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A Tirano in quei giorni: il “bancherone” del podestà bruciato

CULTURA E SPETTACOLO - 24 02 2023 - Ivan Bormolini

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(Di I. Bormolini) Dei fatti di Tirano di quel giugno 1797, il diario di Giacomo De Campo rivela molti particolari, peccato che come diremo oggi in un linguaggio moderno e con mezzi certamente diversi, siano mancati in quelle pagine disegni che rappresentassero le scene.

Dopo gli eventi del quindici e del sedici giugno, questo nostro testimone di quell'epoca descriveva i momenti relativi al 23 giugno, tra l'altro il giorno della sua scarcerazione, ed era stata quella data ad essere definita trionfale per la Rivoluzione Tiranese.

A Tirano veniva innalzato l'Albero della Libertà e qui nel suo redigere gli eventi il De Campo, non citava che alla manifestazione erano presenti il cancelliere del Terziere, il decano di Tirano e i soci della Società Patriottica.

La sua attenzione pare oggi sia stata molto più attenta nel menzionare il clero tiranese. Con molti particolari ancora una volta inediti, il cronista ricordava il sermone fatto dal Cappuccino Padre Nicola e riferendosi al prevosto di San Martino don Gaetano Merizzi, lo ricordava come intento a cantare “l'evviva” e nel baciare la “Bereta rossa”.

In quella data De Campo sottolineava che alla manifestazione erano intervenuti i signori del borgo con una moltitudine di popolo cantando “l'evviva”.

Da questa narrazione dei fatti parrebbe che tutti i sacerdoti di Tirano erano accorsi sostenendo le idee della rivoluzione con entusiasmo, ma non era stato del tutto così.

Il teologo Conci, solo per citare un esempio, non aveva voluto saperne di andare in piazza. Vista la sua posizione -si cita nel diario- alcuni facinorosi avevano tentato di penetrare nella sua casa per malmenarlo, ma questo si era messo in salvo saltando dalla finestra e fuggendo in Trentino dove risiedeva la sua famiglia.

Per qualcuno la sera di quel giorno doveva arricchirsi con i bagliori di un rogo, i Tiranesi volevano fare una rivoluzione completa e seria e quindi si era pensato di bruciare qualcosa che ricordasse i Grigioni.

Serpeggiava addirittura di bruciare il podestà, tuttavia e diremo ora per fortuna, sull'onda dei tempi che correvano, questa figura aveva deciso di mettere al sicuro la propria pelle presso gli amici Grigioni.

Certamente se tale atto veramente fosse realmente accaduto, forse qualcosa nella storia di Tirano e più in generale locale sarebbe mutato e ci troveremo a oggi a parlare di un altro barbaro omicidio.

Pare però che negli animi di molti Tiranesi per fortuna non albergassero sentimenti così sanguinari. Quindi come cita il Varischetti, si era fatto comunque il rogo: alcuni avevano preso il ritratto del podestà e quelli dei giudici dal vicino palazzo Pretorio e li avevano accatastati in piazza. Non contenti, dalla chiesa parrocchiale di san Martino avevano trascinato nel medesimo luogo  un “bancherone” di legno di noce, questo non era un banco qualsiasi, ma quello riservato la podestà.

La Rivoluzione Tiranese si completava con l'aver fatto a pezzi “il bancherone” e con il rogo dove questo era stato bruciato assieme ai quadri.

A Parigi avevano dato alle fiamme la Bastiglia, a Tirano avevano “abruciato” il “bancherone del podestà” con i quadri.

 

Si concludono qui le vicende relative agli scritti inediti del diario di Giacomo De Campo, nelle prossime settimane entreremo nel vivo delle vicende delle Repubblica Cisalpina.

 

FONTE: TIRANO. Autore: Lino Varischetti. Stampa: finito di stampare il 29 settembre 1961 presso la Tipografia Bettini in Sondrio. Dal capitolo XXX. Pag. 137, 138.

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