JACOPO DA VALSOLDA, IL MASTRO DEL CAMPANILE DI SAN MARTINO
La “turris campanaria magna”,come la definì il Vescovo Archinti, è il prestigioso campanile in stile romanico che completa la chiesa parrocchiale di S. Martino... (Di Ivan Bormolini)
La turris campanaria magna, come la definì il Vescovo Archinti, è il prestigioso campanile in stile romanico che completa la chiesa parrocchiale di S. Martino; è alto ben 42 metri e misura alla base m.5.50 per lato; lo spessore murario parte da m.1,60 e nel salire si assottiglia alleggerendosi, geometricamente; è scandito dalle otto specchiature con le relative aperture.
L’autorizzazione all’erezione fu concessa, con nota ufficiale datata 3 luglio 1475, da Pavia, dal duca di Milano Ludovico il Moro, il quale probabilmente, come era costume, inviò a Tirano anche l’ingegnere ducale per i necessari rilievi e per l’esame del progetto.
L’anno precedente, il 25 aprile 1474, il Comune, con la partecipazione degli uomini della comunità, aveva deliberato la costruzione del campanile affidando l’incarico di seguire la pratica e i lavori, con facoltà e procura di compiere qualsiasi atto a ciò necessario, a Prandino fu Amedeo de’Cattanei di Valleve e a Stefano fu Albertino de’ Marinoni di Foppolo, entrambi residenti in paese come figura nel documento rogato dal notaio Antonio de Canobio il 26 aprile 1479.
Espletate tutte le formalità di rito, l’incarico di erigere la torre campanaria fu affidato a mastro Jacopo da Valsolda, il quale, figlio di una terra che aveva l’arte della pietra nel sangue, giunse a Tirano con un’adeguata maestranza composta da lapicidi, muratori e garzoni.
Nella primavera del 1479 il Comune era debitore nei confronti del costruttore “de aliqua denarii quantitae” tanto che i due procuratori dovettero vendere due appezzamenti di proprietà del Comune ad un certo Maffeo di Soltoggio.
Non vi sono notizie certe sulla durata dei lavori o sulla quantità di materiali usati, sicuramente negli archivi parrocchiali ci saranno delucidazioni in merito, tuttavia è facile immaginare la fatica spesa delle maestranze e dello stesso Jacopo per la realizzazione avvenuta in tempi ben lontani dove non vi erano tecnologie in grado di facilitare l’opera dell’uomo.
In merito alla costruzione restano però senza riposta altri due quesiti riguardanti il nome del progettista e l’insolita ubicazione del campanile rispetto al corpo della chiesa.
Nel primo caso non è da escludere che l’opera sia stata progettata dallo stesso Jacopo da Valsolda, il quale, come era consuetudine ai tempi, si occupò anche della fase di progettazione; è immaginabile poi che l’ingegnere ducale inviato dal Moro abbia fornito i suggerimenti necessari ed abbia predisposto l’opera.
Sulla questione dell’insolita posizione della torre, è da escludere che tale affiancamento sia stato dovuto ad un asse della chiesa diverso rispetto a quello attuale: infatti, il corpo della stessa nella zona dove ora c’è l’altare e le due sacrestie sembra essere rimasto inalterato nei tempi. L’originale modo di edificare il campanile al resto della struttura può portare ad altre ipotesi: si può pensare ad un simile orientamento per far si che la torre fosse sempre stata adeguatamente illuminata dai raggi solari,oppure si potrebbe dire che tele decisione fosse stata presa per rendere il quadrante dell’orologio di più facile lettura.
Al di là di queste idee, sembra che l’ubicazione della torre possa avere questa posizione per una semplice mancanza di spazio alla sommità della navata sinistra, dove solitamente si realizzavano i campanili in perfetta armonia con l’orientamento della chiesa.
Un'ultima ipotesi può essere considerata di tipo urbanistico: si è voluto creare di proposito un perfetto inquadramento della torre tra i palazzi della via che scende da porta Bormina: non è forse una suggestiva cartolina quella che si vede in alto a via Visconti Venosta in cui si può ammirare il campanile nel suo slancio verso l’alto?
Infine citiamo alcune definizioni che i critici attribuirono al nostro campanile:
il critico d’Oltralpe Ernst Schmid, lo menzionò come “uno splendido grande excelsior” ritenendolo ineguagliabile per imponenza e magnificenza tra i campanili Sud delle Alpi; affermò, inoltre, che la struttura è una tra le nobili “tra i monumenti di un periodo eroico dell’arte muraria”.
Gli fece eco Gian Battista Gianoli, studioso di arte locale, che paragonò la torre campanaria, per l’incalzante sovrapporsi di aperture, ad un grande reliquiario innalzato al disopra dei tetti dell’antico borgo.
Leonardo Borghese, aggiunse con enfasi: “Stupendo campanile lombardo a bifore e trifore ,magnifico nelle proporzioni. Grave e aereo in perfetta misura”.
La descrizione del campanile fatta sull’opera “La chiesa di San Martino in Tirano” dal Professor Gialuigi Garbellini descrive in modo più approfondito e appassionato questo storico monumento:
“Si tratta indubbiamente di un monumento di grande pregio per la sua architettura, essenziale quasi severa, contraddistinta da costoloni in conci non intonacati e dalla cuspide piramidale in pietra che ne accentuano lo slancio verticale, secondo il tipico schema romanico che in questo caso si riveste di accentuata solennità e di singolare equilibrio tra le parti.
Il corpo della torre si articola infatti in modo armonico in otto ordini di aperture, separate da archetti ciechi vagamente goticheggianti, che da monofore nelle prime tre specchiature si trasformano in bifore per tre piani per terminare in due ordini di trifore, l’ultima delle quali più grande della sottostante, in un ritmico crescendo, fino al prevalere del vuoto pieno, con incalzare di ben calcolati spazi, ottenuti applicando la tipica tecnica costruttiva ad triangulum, che sembra qui presagire nella sua ansia di perfezione l’imminente Rinascimento.
La costruzione, che concluse il rifacimento della chiesa, coincise con il diffondersi nella valle dell’Adda dei primi sintomi della cultura umanistica, apportatrice di profonde innovazioni anche nel campo dell’arte muraria, del pieno fiorire delle quali Tirano possiede l’esempio più chiaro nel Santuario della Madonna, iniziato nella primavera del 1505.
L’impostazione generale resta dunque quella tradizionale del romanico, con materiale lapideo locale poco ricercato, conci appena sbozzati e semplice intonaco, privo d’ogni ornamento, se non la dentellinatura degli archetti pensili di differente fattura, ma il tutto accordato a grandiosità con una grazia e una compostezza tali da far distinguere nettamente il campanile della chiesa di San Martino da tutti gli altri dello stesso stile, predisponendolo ad insuperabile prototipo fino al cinquecento inoltrato”.
Si conclude con queste armoniche parole la storia del campanile di San Martino esempio di arte romanica ma anche simbolo di fede e storia della nostra Tirano.
Ivan Bormolini
FONTE: La chiesa di San Martino in Tirano
AUTORI: Gianluigi Garbellini- William Marconi









